Mi state dicendo che dipende da me? Mi state dicendo che se muoio è colpa mia? È perché non ho combattuto abbastanza, mi sono arresa? Ma a cosa, di grazia, mi sarei arresa? Alle mie cellule, al mio corpo, a me stessa? Come faccio a combattere contro me stessa? Che razza di guerra sarebbe quella di una persona contro una malattia potenzialmente mortale? Io, a mani nude, contro un cancro? Contro una malattia autoimmune, un virus letale? Io contro il morso di un serpente? Servirà un antidoto, contro il morso di un serpente, o no?
Pensate che il vaiolo sia stato debellato dalla forza del pensiero dei malati di vaiolo? Che si siano messi in cerchio e concentrati moltissimo? Che abbiano cantato una nenia apotropaica? Pensate che i bambini che morivano di polmonite o di un’infezione quando non esistevano gli antibiotici, quelli che a migliaia muoiono ancora oggi dove gli antibiotici non ci sono — nei Paesi poveri, nei Paesi in guerra, sotto embargo — muoiano perché non combattono abbastanza?
Cioè: chi muore è stato scarso in battaglia? I migliori vivono, i peggiori muoiono? Ma veramente? Non avete dunque mai visto nessuno affrontare una malattia? Perché questo si fa con le malattie: si affrontano. Ci si affida a chi sa cosa bisogna fare e lo si fa.
Dove si è perso, il bandolo di questo ragionamento elementare, mi domando. Quando è che abbiamo smesso di credere che a combattere le malattie sono i medici, la medicina, i farmaci, benissimo anche quelli alternativi se funzionano purché funzionino. Favolose le erbe o l’ipnosi, se bastano, ma quando non bastano servono penicillina e cortisone. Serve un intervento chirurgico e qualcuno che lo sappia fare. Serve un trapianto, se un organo non funziona più. Non combatti contro il tuo rene. Non stai in trincea contro il tuo pancreas.
L’unica battaglia da fare è una battaglia collettiva, non individuale: è la battaglia per pretendere che siano investite le massime risorse in ricerca scientifica. Che i ricercatori siano pagati dignitosamente, assunti e non graziati per decenni con borse di studio da poche centinaia di euro, che siano messi in condizione di lavorare in questo Paese e non di espatriare.
La battaglia da fare, non da soli ma tutti insieme, è quella per la sanità pubblica: che ci siano i soldi, quanti ne servono e non sempre meno, ogni anno di meno. Che ci siano abbastanza infermieri e operatori sanitari e locali e macchinari per rispondere al bisogno di tutti. Che non sia per i ricchi, la salute. Questa è la battaglia. È una battaglia politica che dovrebbe chiamare alla rivolta di popolo, ma invece.
Concita de Gregorio in Altro che guerrieri, quella per la salute è una battaglia collettiva, su la Repubblica.